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o    Mario Oddo, la pittura come finestra dell’intimo.

Mario Oddo dipinge l’aria e la luce, l’atmosfera luminosa che accompagna da sempre la campagna iblea, sia nei prati che trasbordano dallo spazio iconico che nelle profondità lontane.
Il colore ora fresco e pastoso, ora rarefatto e brumoso fluisce sulle colline tornite, tra gli alberi tondeggianti, robusti, virili come sentinelle sui campi , come guardiani dell’ombra del mito, sulle propaggini estreme di un territorio modellato dal lento scolpire dell’acqua e del vento.
Verdi intensi, saturi di materia corposa, verdi vaporosi misti alla luce forte dei campi di Demetra, si accavallano come onde di un mare erboso e si intrecciano ora al blu gravido d’acqua, ora all’azzurro cristallino di armonie lontane.
Spesso il giallo, come saetta del cielo o come duna dorata della campagna, taglia lo spazio e delinea l’orizzonte. A volte appare come bagliore dell’aurora tessuto all’orditura del luogo celeste.
E’ un giallo dal tonalismo vibrante che come polline impalpabile copre i corpi terreni e risplende nell’aria, raccolta in nuvole gonfie, come convolvoli corposi.
La campagna , riconoscibile nella sua identità forte, sfugge però ai connotati del luogo specifico. Assorbita dall’artista in occasioni infinite, essa lievita in silenzio per diventare altro, per assurgere ad una dimensione metafisica, in assenza di tempo e senza presenze umane, senza segni dell’uomo e quindi senza storia. Il paesaggio dell’Isola così diventa altro , non più luogo riconoscibile ma spazio nuovo, dimensione dell’intimo.
Ogni visione dell’essere racconta il processo quotidiano di assorbimento e dissolvimento della memoria che, attraverso la creatività dell’artista , si fa madre di presenze nuove, di campagne del cuore, di paesaggi interiori.
Quella di Mario Oddo non è dunque una visione impressionista, una immagine istantanea colta nel suo fluire temporale e non è nemmeno una visione edonistica costruita con pennellate di mestiere.
Ogni paesaggio, ogni apertura di luce, è finestra dell’intimo, risultato trepidante di una creazione che passa dal travaglio profondo.
I paesaggi di Oddo nascono così dal piacere e dal dolore, da una sofferenza che brucia il sonno della notte. Il turbamento finisce solo quando con mano febbrile, con respiro agitato, con gesto creativo, avviene la nascita del nuovo.
E’ così che nelle ampie aperture paesaggistiche di Mario Oddo la visione degli occhi si fa viaggio del cuore, germoglio terrestre di una vita che va oltre il nostro passaggio. Ciò perché il gesto creativo è sempre risorsa del divenire , energia dell’anima di un’umanità nuova che avanza silenziosa con la luce del domani.
19 - Ottobre - 2012        Paolo Giansiracusa
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LUOGHI SUBREALI DELL’ANIMA                     

di Salvatore RAPISARDA                                           

 

L’artista è la mano che, toccando questo

o quel tasto, fa vibrare l’anima.

                                                                                                        ( W. Kandinsky )

 

 

Perché dobbiamo, o possiamo, considerare Mario Oddo un artista del nostro tempo che dipinge in modo subreale l’anima  dei nostri luoghi, naturali e trasfigurati.

 

Colui che dipinge, colui che compie atto di creatività, colui che si identifica nella sua personale iconografia, piena di coerenza e corrispondenza del suo mondo interiore, del proprio sentire, è il solo padrone di quell’estetica dello spirito.

 

Volontà di raggiungere la soglia più alta oltre la fisicità. Entrare nella dimensione spirituale,  metafisica, del sub-limen, del sublimis, del surreale contemporaneo.

 

 Luoghi, paesaggi, figure rivelate da pennellate rarefatte, rappresentazione  che echeggia di alone di mistero; ineffabile immagine di cromie evocative, di memorie e di sogni indelebili.

 

Località natie, nutrici di  bellezza iblea,  poesia della Sicilia selvaggia e vera, spontanea e sentita. Colori accesi, solari, figure non meglio distinte che compaiono come per incanto, eternizzate nella materia secolare; spiriti del luogo, titani del passato che, ancora, ci guardano e scrutano le nostre azioni.

 

 

Tutto questo, con grande tecnè pittorica, Mario Oddo riesce a comunicare nei suoi lavori.

Gradazioni che manifestano una tavolozza territoriale valorizzata dalla determinata stesura di colori che, ora si mescolano, ora si sovrappongono, struttura di una materia pittorica che ci regala la forza dei frutti della terra e l’energia sempre diversa delle onde marine; quell’azzurro che ci trascina nella cerulea visione dell’immenso, che vuole superare quella linea che si chiama orizzonte, per condurci nell’oltre che non sempre trova risposta e significato razionale.

 Le note dei colori, i colori delle note, musicalità di composizione cromatica.

 

prof. Salvatore RAPISARDA/10_Nov._2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Critica di Nuccio Mula  (8 agosto 1010)

 

Fatalmente sedotto da quel sublime “ut pictura poiesis” d’oraziana memoria che, da sempre, lo conduce e lo guida come supremo, teurgico Mentore d’Illuminazioni fra gli arcani percorsi del configurare / trasfigurare per inesausti monitoraggi di altissimi lirismi, il Maestro Mario Oddo, rinomato esponente dell’Arte siciliana contemporanea, prosegue a captare, a secernere, a distillare e a decantare esoterici elisir d’Infinito e d’Eterno in un affabulante “cogitare” d’arcane alchimie della visualità rimaterializzato attraverso sterminati scenari e sipari di anacoretici sortilegi espressivi (campestri, marini, urbani) atti a dispiegarci epifanie di trascolorati e rarefatti misticismi nel Supersegno della Solitudine (“Se sarai solo, sarai tutto tuo”, annotò il rasoiante genio di Leonardo), estetiche / estatiche evanescenze in incrociato dissolversi d’abbandoni, rosari di panteismi fra genuflessioni alla Natura silente ed al Dio d’ogni linguaggio, iperumani rapimenti per le cose e le loro anime mute, imprevedibili e fulminee folgorazioni dell’abbacinare su frammenti d’universo irrefrenabilmente proiettati ed eletti dall’estro ad apicali altitudini di “luoghi dei luoghi” della Poesia e dell’Arte (“Il poetare pensante è, in verità, la topologia dell’essere. Essa gli indica il villaggio ove dimora la sua essenza”, ci svelò Martin Heidegger), rarissime e servostrutturali comprimarietà di presenze umane (peraltro abitudinariamente denotate e connotate, nell’ampia ritrattistica del Maestro, a fluttuazioni ectoplasmiche simbolicamente deprivate di fisionomie nel segno Zen di quel “Non-Finito” umano diametralmente opposto all’Infinito oltre il Tempo e lo Spazio) rivelantisi quasi superflue o addirittura disturbanti rispetto a privilegiate armonie di naturalismi “strictu sensu” ove, comunque, poter percepire ed accogliere seducenti / segrete presentificazioni d’assenze per simultaneismi fluttuanti d’irresistibile, fatale attrazione: Arte e Poesia del Sublime, in ultima analisi, che, grazie al Maestro Mario Oddo, non può che farci abbandonare“naturaliter”, fuori da qualsivoglia indugio e senza superflue considerazioni, solo al supremo, leopardiano“naufragar m’è dolce in questo mare”.

05/08/2010
Prof. Nuccio Mula
 

 

 

 

  

 

Il far pittura di Mario Oddo nasce dall’interesse  , sentimentale , rivolto alle cose del mondo che si identifica nella rappresentazione formalmente realistica obbediente all’istintivo bisogno dell’artista  di comunicare chiarendosi e chiarendo nel discorso matrici e motivazioni di base.

Nelle sue tele una concretezza d’impasto dalle cromie luminose rendono lo stile sintetico e personale ma lontano dall’illusorio dato reale a cui tendono a far riferimento.

Due aspetti convivono nello stesso impianto, quello della vivacità timbrica che fa pensare all’esaltazione creativa che estrae il dato visivo della natura e quello di un lirismo pregnante che si ritrova nel percorso della sua pittura. Ne consegue un discorso linguisticamente forbito che scorre tra il sensibile ed il sognante, che tuttavia vaga il suo spazio non ben definito neanche come se l’artista fosse obbediente ad un’intima imperiosa necessità di ricercare quel qualcosa da cui trarre sicurezza col pennello indissolubilmente così come egli la vede interiorizzando ogni emozione o visione.

Mario Oddo dipingendo vuole suggerire non raffigurare una realtà già prestabilita anche se può sembrare ad una immediata lettura interessato alla forma che realizza senza  luogo storico,  in una dimensione illusoria che ci dà una pittura non schematizzata e tutta da definirsi mostrando immagini che si proiettano e si interiorizzano come se avessero intenzioni di procrearsi automaticamente e ne consegue una traccia di particolare natura.

Un narrato che si evolve con spontaneità nella trascrizione di un paesaggio disincantato,  pastoso e caldo nei colori, dichiaratamente estrazione del reale  dalla matrice naturalistica tutta meridionale e solare, di quella solarità insulare che è caratterizzata di quell’ancestrale bagaglio culturale della nostra Sicilia. Ed è ciò che si deve fare ricorso per comprendere pienamente la vena pittorica di Oddo che dal suo primo manifestarsi è andata via via avvicinandosi a moduli espressivi sempre più autonomi e personali identificandosi in una visione decantata dalle sovrastrutture ideali e volta alla valorizzazione e recupero dei nuovi valori che un’Arte più sganciata , liberata dai canoni , più coerentemente adatta a proporre.

La stesura del colore a campiture che predilige la prospettiva coloristica rispetto al gioco delle ombre e dei chiaroscuri, porta il nostro Artista a concepire un personalissimo linguaggio che affonda nella lezione dei grandi maestri simbolisti e surrealisti la propria matrice storico-culturale e lo stimola a costruire le rappresentazioni sulla tela come composizioni nate prima nella mente e poi realizzate con la mano. Una pittura che non lascia possibilità di essere elusa che coinvolge lo spettatore per quel gioco sottile del rapporto tonale cromatico pervaso da una indefinibile luce che sebbene contenga gialli e rossi si presenta fredda e fissa, a temporale, denunciando elementi di classicità che esaltano la forma ed evidenziano quella drammaticità interiore emblematica della personale vicenda del nostro e suo sentire. E’ quella di Mario Oddo una pittura costruita , pensata, quasi scenica e pertanto misteriosa, non presente e senza passato,  che attrae e porta a concentrarsi su gli elementi, a volta usati come decorativi di grande suggestione,ma sempre momenti strutturali della composizione. Una dosata alchimia di componenti che per effetti si espandono in sublimazioni di colori degradando l’intensità cromatica o vivificandosi in toni di maggiore intensità , tendendo ad un riferimento d’immagini simbolico-allusive che scaturiscono una sorta di racconto influenzato da una marcatura espressionistica che tende a esiti finali di tipo astratto, ipotetico riferimento alla realtà sociale di cui lo stesso Oddo è protagonista attendo non venendo meno con la sua poetica alla sublimazione dell’universalità dell’uomo e alla sua comicità dell’esistere che non può essere disgiunto dall’impegno dell’Artista e dell’individuo.

 

Carolina Gulino

(tratto dalla rivista  PROSPETTIVE  d’ARTE   N° 77 Marzo –Aprile 1986 )

 

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Ho sempre voluto fare il pittore”. Così mi dice, mentre mi presenta i suoi quadri ( una diecina , circa : e adornano subito, essi, due degli angoli del mio studiolo, per niente disturbano la statica delle mie cose antiche ), questo giovane Artista. Il quale mi spiega anche il perché intuito,  se anche mai razionalmente compreso, della sua vocazione pittorica......

Lunghe meditazioni visive su Maestri della pittura occidentale, da Rembrand a Caravaggio, da Giorgine ai nostri contemporanei, un innato gioco luci-Ombre, un tenero assorbimento del colore della terra di Sicilia un lasciar adito al contemplatore di supporre, di là dalle “cose”sparse e indefinibili che popolano queste tele, come un mondo parallelo, misterioso, che attende e vegli oltre l’orizzonte.

Di Oddo ho solo visto paesaggistica, ma le tenerezze delle luci e i contorni sospesi delle cose offerte in questo amabile ensemble, potrebbero benissimo tramutarsi in figure vitali , parlanti......

Si vedrà  dopo dove ci porterà quest’Arte “pezzata”, altalenante tra impressione e surrealtà,  tra colore a macchie sottinteso simbolo “astratto” dell’Arte dei tempi nostri.

 

1984        Giuseppe Rovella

 

 
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